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Numero 1

Il gusto della rivoluzione.

A metà del ‘900 l’avvio della Rivoluzione Verde prometteva abbondanza di cibo e fine della fame nel mondo. Un intento nobile svanito nel tempo: fallito l’obiettivo di debellare la denutrizione, la sovrapproduzione alimentare è stata destinata ad accrescere il popolo di obesi, al cambio della dieta animale, ai biocarburanti e alle discariche, dove finisce un terzo dell’odierno cibo scadente. Pietanze dagli aromi artificiali e prive di nutrienti, ma ricche di sostanze dannose per la salute a beneficio di pandemie e malattie. Nuove tecniche agroindustriali hanno portato a concentrare la produzione alimentare nelle mani di poche multinazionali, causando disoccupazione nel settore e povertà dei piccoli contadini, con decine di migliaia di suicidi registrati ogni anno. La mania di grandezza ha coinvolto l’intera filiera in una corsa pazza verso super e iper mercati del cibo, nuovi empori dagli scaffali colmi di merce. Si, perché tra i successi della rivoluzione c’è pure il mutamento dell’alimento in merce, per lo più finanziaria. L’innovativa agroindustria ha raggiunto l’apogeo nel settore ambientale. Pesticidi e fertilizzanti chimici inquinano falde, fiumi e mari rendendo l’acqua un bene ancora più prezioso. I suoli impoveriti compromettono la fertilità e danno origine al land grabbing, nuovo gioco globale con le multinazionali a contendersi i terreni fecondi del Terzo Mondo. Dalla rivoluzione giunge pure un sostanzioso contributo alla crescita delle emissioni climalteranti causa di spettacolari eventi estremi e della desertificazione di interi ecosistemi. E poi c’è la democratizzazione del piacere del palato, con sapori omologati e l’estinzione del 92,8% delle varietà di insalate, del 90,8% di mais e altre inutili biodiversità. Compresa quella umana, con i lavoratori tramutati in mere macchine produttive o, nel peggiore dei casi, in moderni schiavi. Un sistema di business perfetto se non fosse per alcuni dissidenti, a lungo inascoltati: un brusio oggi fastidioso per l’agroindustria. Sono le voci di contadini, movimenti, reti e associazioni di culture e visioni politiche differenti. In comune hanno la volontà di ridare valore al cibo, a coloro che lo producono e a Madre Natura che lo dona. Una moltitudine ricca di biodiversità umana, della quale abbiamo bisogno, riuscita ad alzare la voce fino a ottenere di far trascrivere su un foglio, la Carta di Milano, i principi per una nutrizione rispettosa della sostenibilità ambientale e dei diritti umani. Segno che un’altra rivoluzione è iniziata. La rivoluzione contadina per un cibo democratico, sano e saporito, per coltivazioni capaci di mitigare i cambiamenti climatici e di garantire alle generazioni future le risorse naturali necessarie al loro sostentamento. Una rivoluzione con tutto un altro gusto.

Per proseguire nella lettura del nostro approfondimento: "Diamo valore al cibo"

copertina AC Numero 1